lunedì, novembre 20, 2006

Estetica del disamore
(o lo speculare infranto)

2004

Lui: Ascoltarti è…non so come dire, quando parli sei infinita

Ma perché ti vedi grossa…sei una venere callipigia.

Sei la mia casa, il mio futuro.

(Presente incerto a spicci…a partire dalle Gauloise rosse)

Lui: “Mi dai due euro?”
Io: “Sono a secco, ho preso caffè e Amarelli. Siamo senza speranze”
Lui: “Perché dici così, abbiamo NOI, il mare, la vespa, un letto”

2006

Lui: Basta, tu non dai tregua, spegniti, taci, muta…almeno un ora, fai il gioco del silenzio.

La gonna a palloncino verde acido? Diciamo che il palloncino c’è già, cioè forse non è il caso evidenziare…vai bene così ma non sei esattamente esile.

Sei la mia nemesi storica

(Presente incerto a spicci…a partire dalle Granny Smith all’Esselunga)

Io: Non so quando torno, niente Eurostar in offerta, neanche cuccette…problemi di budget..
Lui: Beh, ma adesso hai la tua scrivania. Non godi delle penne colorate, l’organizer, il calendario?
Nessuno che ti abbia offerto delle speranze?

La vendetta non è un piatto. La nemesi si compie da sé, ovvero:non hai capito che ero io l’humus?

Lui: I gerani sono bruciati e le altre piante ingiallite e piene di parassiti. E la tartaruga è morta.

Io: Scusa se ho alterato il tuo principio di realtà con gli anticrittogamici e i gamberetti essiccati a Rughina. Tu volevi credere nella fotosintesi e basta e nel fatto che i piccoli rettili si nutrano del calcare e delle muffe nella vaschetta…